io sono ancora vivo

Lunedì mattina, visto che avevo un riposo infrasettimanale da lavoro ho deciso di andare a sciare per inaugurare la stagione, la tavola nuova, gli attacchi e gli scarponi.
Martedì sera, esco dal pronto soccorso a mezzanotte e mezza.
Il referto dice: infrazione della VIII costa sx. Io dico una serie interminabile di improperi.

Prali, prima discesa della stagione, cerco di prendere confidenza con la nuova tavola e con la neve (dura, dura dura) e dopo qualche centinaio di metri quando stavo acquistando sicurezza, nel virare a sinistra, non riesco a controllare la tavola, non chiudo la virata e pam! a terra, di muso. Silenzio, nemmeno il diaframma si muove dalla botta, respiro sospeso, 4, 5, 6 secondi e poi si torna alla vita e con la vita il dolore. Alla prima discesa della giornata, dell’anno.

Mi riprendo, arrivo a valle e tutto sembra a posto, non sento poi così tanto male da mandare (si dirà “a monte” una giornata in montagna se la si lascia per tornare a casa in città? Forse in questo caso sarebbe meglio dire a città…) (no, nemmeno all’aria, qua sicuramente c’è dell’aria più buona rispetto a quella di Torino)… Trovato! …mandare a put..ne (che a Torino ce ne sono sicuramente più che qua) la giornata per una caduta.

Seconda discesa, la mia nulla conoscenza delle piste e la concentrazione sul rimanere con il culo il più asciutto possibile, mi porta a finire su una pista NERA (quelle per esperti). Io esperto non sono, ma senza altri catastrofici “saluti alla neve”, arrivo all’impianto di risalita. Uno ski-lift. L’addetto mi inquadra subito e comincia a spiegarmi che se sono un principiante con lo ski-lift non è semplice, che lui mi aiuterà ma se dovessi cadere a metà strada, mi converrà poi tagliare di traverso la pista, ed imboccare la stradina che si trova dall’altro lato e che conduce alla pista blu. Mentre mi spiega come raggiungerla, mi si palesa un esempio di come il modo di vivere influenzi fortemente anche il modo di parlare.
“Se cadi che sei già arrivato a metà diciamo, ti conviene poi tagliare la pista trasversalmente e prendere la stradina che ti ritrovi poi sulla destra, non è grande ma la vedi, sarà grossa come un gatto…” E dicendolo allarga le braccia per darmi un’idea delle dimensioni.

Perplessita, faccia da ebete, rumore di rotella con dentro i criceti che corrono… e niente, mi viene solo da pensare due cosa:
– ma come cavolo faccio a percorrerla che non ci passa nemmeno la tavola praticamente
– ma che diavoleria di croccantini date da mangiare a queste bestioline?!?!
Poi mi guardo attorno. Neve. Gatto, neve. Ok, messaggio ricevuto.

Comunque il veggente o gufo, lo lascio stabilire a voi, c’azzecca. Mi incammino per tagliare la pista, ma il tratto tra lo ski-lift e la pista è assolutamente ghiacciato, gli scarponi non fanno presa e finisco col sedere a terra, che ha ancora meno presa degli scarponi e così inizio la mia terza discesa. Cerco di aggrapparmi ai rami degli alberi, ma si spezzano, cerco di reecuperare la tavola, ma scende più veloce di me; cerco di frenare puntellando i talloni ma niente, poi vedo un albero, lo vedo avvicinarsi semre di più, lo vedo, lo vedo, lo vedo… lo sento! Direttamente sul quadricipite. Però almeno adesso sono fermo e la tavola fortunatamente si è incastrata tra i rami di un altro alberello qualche metro più in su. Recupero la tavola, le forze e la voglia di muovermi, metto la tavola sotto il sedere e arrivo nuovamente in fondo. Ho fatto poi ancora quanche discesa, ma la stanchezza e il dolore a quel punto erano nettamente prevalentie non riuscivoa  divertirmi e tantomeno a lasciarmi andare. E poi “devo risparmiare qualche energa per stasera che devo giocare a volley”.

Partita, riesco a giocare due set su tre ma sembro RoboCop con i bulloni e le giunture arrugginite. Dopo partita siamo in quattro a voler andare a cenare assieme, Andrea ci invita da lui.
Parcheggiamo, raggiungiamo il portone, entriamo, prendiamo l’ascensore ma forse siamo stati troppo poco decisi perchè dopo 3 piani il diabolico marchingegno si ribella e si ferma, porte chiuse, non sale, non scende; adesso è lui che ha preso noi. Mezz’ora in attesa del tecnico e si torna alla libertà.
La ribellione delle macchine.

Martedì mattina. La sveglia è atroce, già solo girarmi sul fianco per spegnere la sveglia è un’enorme fatica, mettermi a sedere sul letto mi da poi il colpo finale e se non fossi riuscito ad avere la lucidità per capire che se mi fossi ributtato giù avrei dovuto riprendere tutto dall’inizio, mi sarei volentieri lasciato andare sul mio giaciglio.
Pipì, colazione, Co-Efferalgan.
Mi trascino a lavoro con l’intendo di raggiungere il Pronto Soccorso appena uscito.
Arrivo al pronto soccorso alle 18, passo il triage un’ora dopo e vengo visitato alle dieci e mezza passate, poi lastre e a seguito un altro colloqui per il medico che ha avuto modo di esaminare le lastre. Sembra non ci sia nulla di particolarmente evidente, forse una costola incrinata.
Morale della favola, esco all’una di notte e scopro che… GTT a quell’ora non lavora!
Taxi, 16€ e passa di cui sei solo per averci messo il culo sopra tra la tassa di bandiera (ma quelli non erano i pirati?) ed il supplemento notturno.

Arrivo a casa venti minuti più tardi, accendo la tv e mi ritrovo davanti gli aggiornamenti sulla Concordia e… CA..O! Non mi posso nemmeno poi più di tanto lamentare, d’altronde alla fine della fiera posso proprio dirlo: io sono ancora vivo.

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