Abbey Road

Lo zucchero filato che zampettava sulle strisce pedonalio

Una giornata come tante altre, fino a un’ora e mezza dopo il risveglio.
Il cielo è limpido e l’aria è gelida, ma il sole che si intravede al fondo della via, dietro la collina torinese saprà rendere piacevole nelle ore centrali questa giornata d’inverno di una Torino che si appresta a vivere i giorni della merla. Cammino spedito, come mio solito nel tragitto dalla metro alla comunità, l’orologio non lo guardo nemmeno più: prima di tutto perchèogni volta che ne porto uno passo il mio temppo a domandarmi che ore sono e poi perchè tanto, orologio o no, già lo so che sono in ritardo.
Sto attraversando il noto profumo di caffè e brioches calde quando a pochi metri da me noto una sagoma bianca e conosciuta che attraversa la strada, sulle strisce pedonali questo si, ma penso subito che per una gattina impaurita e dall’aria smarrita potrebbe anche passare inosservata agli occhi di chi ha fretta di arrivare a lavoro. Mi avvicino, mi guardo attorno alla ricerca di non so bene nemmeno cosa ora che ci penso perchè difficilmente si trova qualcuno che porta a spasso il proprio gatto,e cerco di attirare l’attenzione di quello zuccero filato sotto forma di gatto. Sulle prime, una snuffiatina diffidente e poi si allontana, ma dopo qualche metro torna indietro a strusciarsi sui miei jeans ma senza ancora farsi accarezzare. Passiamo così qualche secondo, io che la osservo immobile e lei che cerca di farsi un’idea su di me. Poi si rimette in movimento e nuovamente attraversa la strada sulle strisce pedonali, io mostro il palmo ad una macchina che sopraggiunge e accompagno la traversata. La seguo ancora fino al portone della comunità, poi mi fermo e provo ad accarezzarla e finalmente cede; la prendo in braccio, la coccolo ancora un po’ e poi apro la zip della giacca e la metto al calduccio sul petto di papà.
Abbey – perchè attraversando sulle strisce mi ha ricordato la copertina del mitico Abbey Road- non oppone la minima resistenza, si lascia coccolare; deve aver passato chissà quanto tempo da sola per la strada, con un sussulto ad ogni macchina che passa, ad ogni suono di clacson, abbagliata dai fari che illuminano la strada di notte e con un freddo addosso che appena sono arrivato su le ho fatto preparare da Elena (una mia collega gentilissima) un po’ di latte intiepidito per scaldarlo dalle viscere.

Faccio un veloce controllo, la piccola non è stata sterilizzata e, da come si struscia e fa la civetta, è sicuramente in calore.
L’ambiente è nuovo, le mani vogliose di coccolarlo sono tante e la stanchezza avrà fatto il resto, Abbey non tocca il latte e l’acqua, e sbocconcella ben poco del tonno che le ho offerto per rifocillarsi nell’attesa che finissi il turno di lavoro per portarla a casa. L’ho tenuta chiusa in una stanza da sola, per farla riposare e per non esporla ai rovesci emotivi che si verificano quotidianamente in una comunità psichiatrica; ogni volta che passavo a controllarla la trovavo adagiata su qualche superficie morbida ed accogliente, ma non lho mai colta addormentata. In sette ore, non ha sporcato un centimetro quadrato della stanza.

Il viaggio di ritorno in metro non l’è piaciuto molto, dallo scatolone di una stampante non si vede molto e tutti quei rumori attorno non potevano certo farla stare tranquilla. Tra gli sguardi interrogativi di chi cercava un gatto in metro e i sorrisi di chi vedeva la bianca zampina di Abbey spuntare dalla scatola alla ricerca di chissà cosa, si arriva a Marche.
Cinque minuti dopo siamo al caldo, spiego alle mie belve che avremo un’ospite per qualche tempo, ma che comunque non entrerà a far parte della famiglia stabilmente per tranquillizzare il loro lato istintivo/territoriale e preparo il bagno mettendoci una lettiera, la scatola della stampante come rifugio, un cuscino ed un tappetino per isolare la mia nuova ospite dal freddo del pavimento e poi acqua a volontà e crocchette. Mangia con calma Abbey, un croccantino alla volta, sembra voler assaporare lentamente dei momeni che le mancano da chissà quanto e con gli occhi socchiusi, chissà cosa sta ricordando…
Con il pancino pieno e al caldo i muscoli si rilassano e la lascio riposare.

Un paio d’ore più tardi, sincronizzati, i miei pargoli schizzano sull’attenti e vanno tutti alla porta del bagno, da dietro arrivano segni e odori di vita felina- altolà! Chi va là?!?- sembrano voler dire. Mi alzo e vado a controllare la piccola ospite, la coccolo un po’ e le racconto che sto scrivendo un annuncio da stampare su dei volantini che l’indomani avrei appeso per le vie vicine a quella dove l’avevo trovata, così che il suo padrone avrebbe potuto chiedere informazioni non appena letto il volantino.
Mentre le parlo guardo e sento come respira, sembra non esserci l’urgenza di una visita del veterinario, l’unica cosa che mi dà da pensare sono le orecchie ben ben sporche e così le faccio un trattamento con delle gocce che avevo dato a Lucy quando dopo averla portata a casa dal gattile aveva gli acari nelle orecchie. Non è certo piacevole ritrovarsi con un energumeno che ti fa colare del liquido nelle orecchie, ma a parte qualche timido miagolio di protesta, si lascia applicare l’antibiotico.

La serata e la notte passano tranquille, giuto qualche richiamo amoroso che cade nel vento delle orecchie castrate dei miei due maschietti, ma al risveglio la trovo pronta a fiondarsi fuori dalla porta del bagno per conoscere il mondo oltre la siepe. Pappa, goccine, le sistemo una borsa di acqua calda avvolta in un babacio a forma i mucca per riscaldarle il giaciglio e poi vado a lavoro.

Stampo, fotocopio e ritaglio i volantini e colgo l’occasione di commissioni da fare con i ragazzi per distribuire a bar, panetterie e tabaccherie (i negozi che sono maggiormente frequentati quotidianamente) i volantini e poi ultimi ma non per importanza in questi casi, i negozi di articoli per animali. Lungo il marciapiede e ad ogni singolo incrocio, tutti i pali, semafori e le superfici lisce sono mie.

Dopo un’oretta e mezza chiama un’amica della proprietaria e me la descrive nel dettaglio.
Missione compiuta, sospiro di sollievo, mi sento un Bau Boy!

Tornato a casa, do la buona notizia alla mia ospite, le faccio fare la conoscenza dei miei piccoli sorvegliando la situazione, un saluto e poi via nel trasportino, verso Casa, la Sua casa.
Durante il viaggo in macchina, chiusa nel trasportino non si sente a suo agio e diverse volte allunga una zampa attraverso lo sportellino a griglia e dopo un po’ decido quindi di aprire il lato destro coccolarla un po’ con le dita. – Prrrr, prrrr- così si fa, così va bene sembra dire.

Sono contento che un altro gatto tornato a casa dopo avernee passate chissà quante, possa dire io sono ancora vivo.

E’ tornata a Casa Abbey, una casa dove si sentirà chiamare buovamente Angel, ma per me il suo nome resterà sempre quello: Abbey, lo zuccherò filato che zampettava sulle strisce pedonali.

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